
E ci risiamo. A distanza di settimane dall'ultima partita, ecco una nuova porzione delle avventure del gruppo di Dungeons & Dragons del venerdì (ultimamente spostato al giovedì, per esigenze interne).
Un capitolo particolare, intenso, che introduce nuovi personaggi e sopratutto dove il narratore si è fatto prendere la mano. Ho romanzato molto più del solito insomma.
Prima di arrivare alla botola maledetta, fulcro del prossimo capitolo, volevo scrivere qualcosa che avesse del pathos, che mettesse l'accento sui personaggi, che facesse vedere insomma quanto cazzo sono bravo a scrivere!!!
Sarà contento il Master...
Esaltazioni matutine a parte, eccolo qua, un altro capitoletto, che spero troverete divertente, se non anche bello, con i nostri prodi, messi sempre peggio, nonostante le loro magie, i loro punteggi incredibili e le armi comprate da Furfantius.
Per chi si fosse perso l'inizio di questa epopea fantasy, ecco i link alle puntate precedenti:
- Capitolo 1 - Chi non-muore si rivede
- Capitolo 2 - Corridoi & Dubbi
Questo capitolo è come sempre disponibile in PDF, per gli usi che preferite, a questo link.
E ora dai che si va, dai che si va...
"L’elfo aprì gli occhi e allungò la mano senza esitazioni, attraversando una delle rune alla sua sinistra, che s’increspò come acqua disturbata dal vento.
Dietro di lui nessuno sembrava respirare.
Muscoril afferrò il libro che stava dietro e tirò. Il volume si mosse di qualche centimetro.
Fu allora che tutto iniziò a tremare."
Così si concludeva il capitolo precedente. Lo avete letto? Lo ricordate? Bene, è ora di scoprire cosa nascondevano le rune, cosa celavano i libri, cosa sta facendo Garret Matteo con la testa schiantata sul tavolo tra i dadi e il cartone della pizza.
Sarà un capitolo intenso.
Non mollate.
Muscoril era in piedi davanti alla libreria, la pelle illuminata dalle rune vibranti. Garret lo fissava preoccupato, mentre l’elfo allungava le dita verso il libro. La magia dei glifi poteva essere abbastanza potente da sterminarli tutti. Sentiva gli altri che trattenevano il respiro e si rese conto di stare facendo lo stesso. Appoggiato alla parete attendeva, sperando che questa volta Muscoril non si sbagliasse.
– Io esco da… – iniziò Tafazius, ma era troppo tardi. Il terreno sotto di loro iniziò a tremare violentemente, dalla libreria sulla destra caddero alcuni volumi, appoggiati in cima alle mensole di legno incrinato. Il ladro venne sbalzato di qualche metro, finendo a sbattere violentemente contro i mobili antichi. Gli altri, più lontani dall’epicentro, riuscirono a rimanere in piedi, afferrandosi a qualsiasi cosa trovavano a portata di mano.
Per qualche secondo tutto sembrò tornare tranquillo. Muscoril aveva ritratto rapidamente la mano ma continuava a osservare la parete ricoperta di sigilli luminosi. Una trappola, pensava, eppure era strano si trattasse di una magia fatta al solo scopo di scuotere la stanza.
Come se qualcosa avesse captato i suoi pensieri, il tremore ricominciò, diffondendosi a ondate dal centro della biblioteca. In pochi secondi il pavimento sembrò ritirarsi verso quel punto. Una marea di pietre si alzò da sotto i piedi degli avventurieri, che cercavano di uscire rapidamente, e andava formando qualcosa, in un cumulo informe davanti a loro.
– Un altro golem – urlò Muscoril, che si era girato verso gli altri – è un golem di pietra!
L’elfo avrebbe voluto continuare, ma le rune alle sue spalle si allungarono, in filamenti di luce, avvolgendolo in uno stretto bozzolo e riportandolo di peso contro la parete di libri. Muscoril si dibatteva, ma a ogni sforzo la presa della magia si faceva più forte finché la vista gli si annebbiò e tutto scivolò nel buio.
Tafazius, che si stava rialzando da terra quando il golem aveva iniziato a formarsi, era già in piedi, pronto a raggiungere la porta in pochi passi. Ma la vista dell’elfo catturato lo bloccò sul posto. Per uscire da lì avevano bisogno di quel poco di magia che il compagno sapeva scatenare ogni tanto. Guardando verso il centro della stanza si rese conto della difficoltà di quel compito. La creatura che ora li dominava, alta il doppio del ladro, stava già ingaggiando Radlo, menando colpi micidiali con le braccia di pietra. Il guerriero si difendeva, schivando gli assalti, poderosi ma lenti, e cercando di fare breccia con la lama nel golem.
– C’è il comando – iniziò Muscoril, risvegliato dai suoni della battaglia, ma il dolore che le rune magiche provocavano gli tolse il fiato. Da ognuna di quelle delicate figure, intrise di potere, sembrava fuoriuscire un costante flusso di veleno, che intorpidiva le membra dell’elfo. Qualsiasi fosse l’incantesimo che esse stavano diffondendo nel suo corpo il tempo che gli restava non era molto. – Una delle rune è un comando che blocca questa trappola! – Urlò con le forze che gli rimanevano.
Garret faceva roteare il martello da guerra, cercando uno schema nei movimenti dell’avversario. Il golem si muoveva goffamente, ma era tozzo e poderoso e le braccia, in costante movimento, sembravano costituire una difesa formidabile, anche per il War Hammer modello Furfantius, magico (+2), che il chierico ostentava con stile e grazia da vero combattente. Alle sue spalle udì appena l’appello dell’elfo, sommerso dai suoni metallici dello scontro e dai grugniti innaturali del golem. Una runa è la chiave, pensò, ma quale? Con una mano fece un gesto a Rubik, che continuava a tentare degli affondi, venendo sbattuto indietro dal golem, indicandogli di venire a coprirlo. Voleva arretrare fino al muro di glifi magici per tentare di sbloccare la trappola.
– Devi fare veloce – gli urlava l’elfo, ormai per metà coperto da un magico velo luminoso, composto dal fondersi dei simboli, che lo sfioravano attraverso decine di sottili peduncoli.
– Uno dei glifi che non si è mosso, deve essere quello che la disattiva. Sbrigati, non resisterò ancora per molto!
Sembra ricoperto dalle meduse vampiro di Krarth, pensò Garret guardandolo.
Il chierico arretrò di un passo, trovandosi con la schiena che quasi sfiorava quella di Rubik. Sentiva il nano grugnire e bestemmiare; se Muscoril aveva poco tempo il resto del gruppo, impegnato da un avversario magico e potente, forse ne aveva ancora meno. Garret scosse la testa, non aveva tempo per questi pensieri. Si concentrò invece sulla parete: la maggior parte dei simboli magici stava fluttuando lentamente verso l’elfo e alcuni scivolavano a terra, forse per raggiungere gli altri. Solo due glifi non vibravano, ma erano fissi e scuri, di una variante di blu che sfuggiva alla definizione dei colori normali. Entrambi potevano essere la chiave. Entrambi potevano far scattare altri meccanismi mortali.
Mentre rifletteva sul da farsi Garret udì un terribile schianto provenire da dietro. Dall’urlo che lo seguì comprese che Radlo doveva aver sfondato una delle librerie sul muro vicino all’ingresso. Il golem li stava rapidamente riducendo alla propria mercé.
Il chierico stava per spostarsi verso i libri, per controllare le rune, quando Kharudar gli finì addosso, con tutti i suoi duecento chili di nano, corazza e bottino.
– Ma porc… – Il chierico si sentì spinto verso il muro ed ebbe una chiara e terrificante visione. Stava andando a crollare diritto contro le rune blu, che in quel momento gli sembrarono gli occhi minacciosi di un mostro in attesa. Cercò di girare su se stesso, avvitandosi con l’agilità di una delle tigri di Zul Aman, roteando come uno dei mistici equilibristi di Pathath, dondolando sul cavo sottile che lo separa dalla morte, danzando col dio–demonio G’thuhn al ritmo della terrificante musica della morte incombente.
Fallì arrivato a “girare”, e si trovò ad affondare con le mani proprio nelle rune dinanzi a se, mentre la faccia si spalmava dolorosamente sui libri che attendevano dietro, finendo poi per ruzzolare a terra, ai piedi dell’elfo che si dimenava.
Muscoril sentì venir meno la presa dei glifi. Aveva le membra insensibili ed era ormai quasi privo di sensi ma scivolò con sollievo, sapendo che la trappola magica era stata bloccata, crollando al suolo, una volta che le rune erano scivolate rapidamente al loro posto originale.
Al centro della stanza il golem iniziò lentamente a rompersi. Prima una polvere sottile fuoriuscì dalle spaccature, poi piccoli sassi si staccarono dal corpo enorme, fermo in piedi, con lo sguardo cieco fisso dinanzi a sé. In pochi istanti l’enorme avversario si sgretolò, lasciando come ricordo un mucchio di sassi e sabbia e nell’aria un vago sentore di terra.
Tafazius, ansimante e ricoperto di ferite sanguinanti, lasciò che lo sguardo spaziasse per l’intera libreria. L’elfo e il chierico giacevano a terra contro il muro luminoso, di nuovo ricoperto dai glifi magici. Radlo stava cercando di rialzarsi da un cumulo di pezzi di legno. Gli altri, seppure ancora in piedi, non erano in condizioni molto migliori.
Per un attimo il Tempo stesso sembrò sospirare e fermarsi. Stanco degli ultimi concitati avvenimenti, il Tempo si prese una pausa, sedendo sconsolato su uno scranno crepato accanto al trono del Signore delle Storie, discutendo con lui su com’era più probabile che finisse quell’impresa.
Il Signore delle Storie lo osservò, dal fondo del suo spesso cappuccio di stoffa marrone. Pur da sempre magnanimo nel concedere a tutti una possibilità, scosse il capo con diniego.
Il Tempo, dal viso liscio e privo di lineamenti, tornò allora ad alzarsi. Nulla dava a vedere se quella rivelazione lo avesse davvero colpito. Affondò le mani nel flusso denso dell’esistenza, riavviando lo scorrere degli eventi.
– Non possiamo continuare così – esordì Tafazius, osservando ciò che restava del gruppo. Nonostante Garret, una volta rianimato, avesse usato le sue doti di curatore, non era riuscito a porre rimedio a diverse delle ferite più profonde, di Radlo e Rubik. – Abbiamo bisogno di riposare, e di cure adeguate. – Guardò il chierico che non gli restituì lo sguardo.
– Sarebbe assurdo – rispose Muscoril. Tutti si girarono verso di lui, sorpresi. Erano ore che l’elfo giaceva senza conoscenza, da quando era scivolato via dalla presa dei glifi. Nel suo sangue scorreva un veleno che lo stava spegnendo, pezzo dopo pezzo. Le braccia e le gambe erano insensibili e senza forze, ridotte a inutili appendici. Una volta raggiunto il muscolo del cuore, Muscoril sarebbe morto. Solo l’intervento del chierico, che aveva espulso la tossina magica con un incantesimo sacro, aveva salvato la vita all’elfo, che però non si era mai risvegliato, fino a quel momento.
– Dobbiamo continuare, abbiamo visto cosa c’è qui sotto e sappiamo che quello che cerchiamo è oramai vicino. Inoltre, ora, abbiamo i libri.
– Sei pazzo o che cosa? – Radlo non sembrava tener conto delle condizioni dell’elfo, e gli si avvicinò tenendo una mano sul costato ferito, come per proteggersi. – Abbiamo tutti rischiato la vita per quegli assurdi libri magici, e ora ci vuoi riprovare? Scordatelo, se ti avvicini alla libreria giuro che ti stacco la mano.
La minaccia non sembrò sortire alcun effetto. Muscoril si era alzato e zoppicante si stava avvicinando ai volumi, una mano tesa verso di essi. – Voi non capite. Questi libri sono preziosi, qui dentro ci sono segreti magici che potrebbero renderci tutti ricchi e potenti. – Si girò verso gli altri, lo sguardo sconvolto dalla stanchezza e da qualcosa di più profondo, un desiderio bruciante, inestinguibile.
– Questi libri devono essere miei! – gridò, lanciandosi verso la libreria, facendo scattare una mano verso uno dei volumi più vicini e afferrandolo, nonostante Radlo e Kharudar si fossero gettati verso di lui, troppo tardi, per bloccarlo.
In quell’istante tutti smisero di respirare. L’elfo sfilò lentamente il libro dalla mensola. La polvere cadde dal pesante volume, poggiandosi sul pavimento e sugli altri libri. Tutto rimase tranquillo.
Muscoril si girò, verso il guerriero e il nano che lo osservavano inferociti.
– Avete visto? Volevate togliermi il mio tesoro! – L’elfo osservò gli altri componenti del gruppo, a uno a uno, con uguale intenso disprezzo, soffermandosi alla fine su Tafazius.
– Un giorno ti farò pentire di tutte le tue battute, ladro, sappilo – sibilò, cacciando a forza il libro in una delle sacche, per poi dirigersi all’improvvisato giaciglio dove lo avevano sistemato dopo lo scontro.
L’elfo grugnì ancora qualcosa d’incomprensibile, mentre si avvolgeva in una coperta e in un silenzio che non ammetteva repliche.