
Seguo le peripezie mistiche dell'inquisitore Eymerich da moltissimi anni, instradato come spesso accade da un amico e divenuto un appassionato lettore dei romanzi di Valerio Evangelisti. Il background storico curato ed affascinante si fonde in queste storie alle azioni di un protagonista particolare, freddo e determinato, controllato da regole ferree le cui azioni e le cui paure sono in grado di modellare la realtà in cui si trova come di ripercuotersi nel tempo e nello spazio (prendete nota di queste parole...).
Questa nona avventura dell'inquisitore esce alquanto voluta dai suoi lettori, dopo anni di attesa durante i quali Evangelisti ha partorito mattoni semi illegibili (mi sono cimentato solo con il Pantera di Antracite, davvero granitico) e articoli vari su Carmilla Online. Torna Evangelisti e torna l'inquisitore Eymerich ma senza il mordente delle prime storie e senza il coraggio di cercare nuovi modi di raccontare questo fantastico medioevo.
Ma veniamo alla storia partendo dalla quarta di copertina. Dopo anni di assenza torna Nicolas Eymerich, l'inquisitore duro e crudele creato da Valerio Evangelisti. Questa volta - corre l'anno 1366 - Eymerich deve lasciare il regno d'Aragona, dove è stato esonerato dalla carica, e recarsi a Padova, alla riunione del capitolo domenicano. Avrà un aspro scontro con Francesco Petrarca, ispiratore di un dipinto ambiguo e malefico. È però solo l'esordio di una traversia che porterà Eymerich, sulle navi dei crociati agli ordini di Amedeo di Savoia, fino a Costantinopoli, nel cuore di un impero bizantino in piena decadenza. Un'imperatrice sensibile e impaurita subisce la minaccia di mostri giganteschi che avanzano dal mare, e la chiave del pericolo pare essere un'assurda creatura alata, imprigionata in un pozzo. Il cuore di feti titanici pulsa in intrichi di gallerie, mentre il cielo è solcato da vene rossastre. Eymerich dovrà risolvere un doppio mistero. Quello dell'esistenza dei giganti, asserita dalla Bibbia, e quello, ancor più inquietante, del telaio compatto di un universo in cui ogni gesto ha risonanze nello spazio e nel tempo.
Probabilmente questa l'ha scritta lo stesso Evangelisti oppure chi ha letto il libro ed ha colto le parole che si ripetono in vari punti, tempi e piani dimensionali "nello spazio e nel tempo". E questo pezzo di frase fa parte di uno dei motivi che mi hanno spinto a criticare La luce di Orione e per farlo prenderò a prestito il modus operandi dei Gamberi Fantasy di cui apprezzo tantissimo le capacità analitiche in fatto di recensioni.
Mesi fa ho potuto assistere allo spettacolo e fu impressionante anche per un soldataccio come me. Precisamente come santa Irene che apparve in effige all'imperatore Basilio I per richiamarlo alla pietà, Maria sembra capace di dislocarsi nel tempo e nello spazio.
Dislocarsi nel tempo e nello spazio. E chi parla è tale Francesco Gattilusio, re di Lesbo, spesso ubriaco già la mattina e alla ricerca perpetua di prostitute con le quali sollazzarsi. Si definisce lui stesso un soldataccio però è capace di comprendere un tale concetto e di riferirlo asserendo con tranquillità che tale Maria si disloca nel tempo e nello spazio. Forse è un riferimento mistico, nel 1300 il potente influsso religioso poteva portare ad una accettazione di fenomeni del genere senza una base cognitiva?
La stessa frase, qui a libro inoltrato, la si ritrova in precedenza profferita da padre Eymerich il quale però ha già una certa dimistichezza con i piani dimensionali, viste le precedenti avventure. Eppure anche la sua accettazione passiva di un tale concetto fa sobbalzare sulla sedia il lettore che guarda la copertina per sapere se è Eymerich che parla o Stephen Hawkins.
Se da una parte la troppa facilità con cui si discute di tempi e spazi e allucinazioni cosmiche è uno dei primi difetti del libro l'eccessiva superficialità degli avvenimenti ne è il nucleo marcio e insapore. L'intero romanzo puzza di merce per appassionati, scritto per veleggiare sul successo che i precedenti lavori hanno avuto (con merito, sopratutto i primi) senza sforzarsi troppo né tentare approcci diversi e temibilmente avversi ai lettori. Non sto dicendo che ogni storia dell'inquisitore debba essere un Cherudek, ma qui si sfiora solo la superficie, mettendo assieme visioni misticheggianti già viste, motivazioni spesso davvero forzate (ciò che spinge Eymerich ad imbarcarsi con la crociata e dare inizio alla storia vera e propria, rimane fino alla fine davvero la parte più debole, quasi insensata).
Evangelisti, non contento di ritirare fuori un arsenale impolverato, sfodera anche il povero Frullifer, che rivive in poche parti tutte le sue vicende già viste, dall'incapacità di rapportarsi con le donne agli insuccessi scentifici dai disastrosi esiti.
Il libro ha sicuramente dalla sua la capacità di abbracciare i vecchi appassionati in una narrativa comoda e convincente, ma fa rimpiangere dopo poche pagine le storie dove l'inquisitore duettava con padre Corona e le torbide vicende dei folli nazisti della R.A.C.H.E., qui appena accennate.